Disclaimer: questo sarà un (leggero ma serio) divertissement estivo

Giorni fa mi si è improvvisamente (e inaspettatamente) presentata la rara opportunità – che ho subito colto – di potermi concedere, comodamente adagiato sulla mia storica, comodissima poltrona un breve momento pomeridiano che definirei di discontinuità.

Parlo di discontinuità perché “pausa” sarebbe un concetto riduttivo per definire quel fenomeno di effettivo scollamento – materiale ma soprattutto emotivo – dalle consuete attività intellettuali e di relazione relate al lavoro, alla professione o anche ai vari altri interessi più o meno culturali, più o meno ricreativi ai quali un cinquantatreenne standard come me può dedicarsi (il pianoforte jazz, la fotografia, l’Intelligence delle Fonti Aperte… cose così).

Ph. Giovanni Nacci, © 2025
Ph. Giovanni Nacci, © 2025

Discontinuità ha voluto anche significare (complice, tra l’altro, un inaspettato ma provvidenziale black-out elettrico) computer e monitor spenti, televisioni e radio mute, suonerie e notifiche silenziate e, per finire, la certezza quasi statistica che a nessuno possa venire in mente di disturbarti proprio in quel momento. Francamente non è stato un momento che ho “cercato” (anche perché questi momenti se li cerchi, fanno di tutto per rendersi irreperibili…): per tutta una serie di motivi è semplicemente capitato, anzi si è rivelato e questo direi che mi può bastare.

Ad essere accuratamente cercato, invece, è stato il fatto di volerne approfittare nel modo più completo e consapevole possibile. Da qui la domanda: cosa farne di un momento così? Come “usare” un momento così? Un momento tanto raro e prezioso quanto provvisorio già nelle sue premesse? Come “non sprecare” una simile, accidentale, inestimabile fortuna?

La prima (banale?) ipotesi potrebbe essere quella di impiegarlo utilmente in una buona lettura, meglio ancora nella scrittura, nell’ascolto della musica o– per chi ne è capace – nell’esercizio di un qualche tipo di arte. Ho temuto però che così facendo quella speciale discontinuità si sarebbe subito trasformata in qualcosa di diverso: una attività, un fare, un impegno, una operosità che – per quanto piacevole e corroborante – avrebbe comunque avuto in qualche modo a che fare con il lavoro, con le passioni e con gli hobby (due cose alle quali spesso finiamo per destinare più energie e risorse – anche economiche… – che al lavoro). In altre parole quella discontinuità si sarebbe trasformata in produttività. Di quel momento, invece, a me sembrava avere valore proprio la assenza di una finalizzazione esplicita, di una agentività volta in qualche modo all’ottenimento di un risultato, di una performance.

Ebbene – per farla breve – alla fine sono rimasto lì a praticare l’unica attività che per certo non avrebbe potuto interrompere quella discontinuità: pensare. Attenzione non “ragionare”: solo pensare. Pensare e basta. Libero pensiero senza l’affanno di dover generare, con quello, una qualche forma di utilità concreta, immediata o anche soltanto potenziale (qualcuno potrebbe anche definirlo “perdere il proprio tempo” ma essendo che – tra tutte le cose – il tempo è quella che meno ci appartiene, non vedo come sia possibile perdere qualcosa di cui non si può disporre).

Filosofia da Bar dello Sport a parte, tra i pensieri più fruttuosi – in senso ludico, abbiamo già escluso l’utilità di qualsiasi altra natura – che questo breve periodo di discontinuità ha prodotto c’è questa riflessione sul concetto di studio.

Però non sullo studio inteso come “applicazione volta all’apprendimento di quanto è stato sperimentato da altri in un ramo dello scibile…”, non studio in quanto “attività dell’intelletto umano” ma sullo studio inteso come luogo fisico, come stanza, come locale destinato a uno specifico utilizzo e in linea di massimo sottratto ad altri e più generici usi. Locale che sorprendentemente (?) era esattamente quello in cui mi trovavo al momento della discontinuità di cui vi dicevo.

Ph. Giovanni Nacci, © 2026
Ph. Giovanni Nacci, © 2026

Perciò mi sono domandato: quale è la migliore definizione che si possa dare a questa accezione di studio? La prima cosa che mi è venuta in mente è – sebbene il termine venga usato proprio in questo senso – che lo studio (almeno per come lo intendo io) non è esattamente l’ufficio, non è cioè il luogo dove si pone in essere la propria attività lavorativa o professionale principale (e questo esclude a priori luoghi come lo studio dentistico, quello medico, quello associato tra avvocati o commercialisti e così via).

Allo stesso modo mi veniva in mente che quando si ha – come nel mio caso – lo studio a casa, esso non sembra affatto “appartenere” in senso stretto alla abitazione. Tanti elementi – strutturali, funzionali, organizzativi (es.: cosa c’è nello studio, chi è autorizzato a entrare nello studio, “non si consuma cibo nello studio”, eccetera) – sembrano delimitare una separazione quasi fisica tra l’ambiente dello “studio” e quello della domus.

Ai miei occhi lo studio è certamente il luogo dove si studia ma è un tipo di studio ludico, ricreativo, non necessariamente connesso con l’ottenimento di un risultato immediato concreto (ad esempio: superare un esame. Si può preparare un esame nello studio, ma gli studi non sono costruiti solo per preparare gli esami).

Lo studio insomma mi sembra quel luogo dove vengono ideate, progettate e realizzate tutte le attività che hanno lo scopo di nutrire l’intelletto ma che non necessariamente prevedono – mi si passi il termine – un addestramento, un indottrinamento. Lo studio come luogo protetto, scevro dal giudizio, dalle valutazioni, dai voti, luogo dove è possibile scegliere di intraprendere più percorsi concettuali, spesso assai diversi e distanti tra loro; un luogo dove ci si può prendere la libertà di tentare strade poco praticate o addirittura di costruirne di nuove. Se dovessi dare una definizione omnicomprensiva direi che lo studio è quel luogo, che non è lavoro, dove si è liberi di praticare senza vincoli esterni l’arte della ricerca: l’euristica.

Per qualche motivo, arrivato a questo punto del ragionamento (anzi no, del pensiero) mi sono reso conto che il termine più adatto a indicare un luogo del genere in effetti non è “studio” ma studiolo.

Il dizionario ci dice che studiolo è un diminutivo di “studio” ma il diminutivo non indebolisce affatto il significato, anzi lo indirizza altrove, separandolo – appunto – da tutti quei luoghi intimamente connessi al concetto di impiego, di professione, di lavoro ai quali normalmente intendiamo fare riferimento quando parliamo di “studio” (s. commerciale, s. tecnico, s. di architettura, s. di registrazione e così via).

Ma se studiolo è il termine giusto, quello che evoca il giusto pacchetto di significati, allora come deve essere fatto, che forma ha, come appare lo studiolo?

Una frase che di solito si attribuisce a Marco Tullio Cicerone recita: se possedete una biblioteca e un giardino, avete tutto ciò che vi serve nella vita. Che sia effettivamente farina di Cicero o meno, mi sembra un ottimo inizio. Al giorno d’oggi forse in tanti – come me – devono rinunciare al giardino ma alla biblioteca sicuramente no. Piccola o grande che sia (sempre rigorosamente di libri cartacei, quale che sia l’epoca storica in cui state leggendo queste righe) mi azzardo a dire che il concetto di biblioteca è architettonicamente fuso con quello di studiolo.

Assodato ciò, quali sono le altre “proprietà minime” dello studiolo? A mio modo di vedere la silenziosità e quindi la tranquillità. Poi una adeguata luminosità, infine un livello perfettamente bilanciato tra comfort e praticità (non vogliamo confondere lo studiolo con una banale sala relax!). Lo studiolo deve perciò essere confortevole, aperto e accogliente verso quei – pochi, selezionati e qualificatissimi – avventori che dimostrino di apprezzare davvero quel luogo. Nei confronti di costoro lo studiolo deve esprimere una ospitalità semplice ma autentica, una disponibilità al dialogo e al confronto pacato e franco, oltre che la possibilità di condividere un buon brandy.

Tutto questo ovviamente richiede un minimo sindacale di spazi a disposizione. È però altresì fondamentale che lo studiolo non finisca per essere dispersivo, sfoggiando dimensioni da loft postmoderno e ambienti da copertina di rivista di arredamento (lo studiolo non è una “multinazionale del pensiero”). Lo studiolo deve restare un luogo riservato, personale e forse anche intimo. E poi – che possediate o meno un giardino fa lo stesso- deve apparire naturale e possibilmente adattarsi – nell’arredamento, negli ornamenti, nelle piante – all’alternarsi delle stagioni.

Contenuto dell’articolo
Paolo Pejrone, Il vero giardiniere non si arrende. Cronache di ordinaria pazienza

Se la pensate come me, lo studiolo è il posto dove passate (o vorreste passare) la maggior parte del vostro tempo più bello, in compagnia delle persone migliori, di quelle che più volete vicino: è davvero il caso di averne la più affettuosa cura, con pazienza, senza arrendersi se i risultati non sono sempre quelli attesi.

E se dopo queste righe vorrete leggere qualcosa di adatto – e che deve necessariamente trovare posto in uno scaffale del vostro studiolo – vi consiglio il bellissimo libro di Paolo Pejrone Il vero giardiniere non si arrende. Cronache di ordinaria pazienza. Scoprirete che non è soltanto un libro sul giardinaggio e che lo studiolo non per forza di cose deve avere dei muri in cemento.

Dallo studiolo di Intelli|sfèra buona Estate e frequenti discontinuità a tutti!