Data di pubblicazione su Linkedin: 3 aprile 2022

Chi tra voi, pazienti amici e colleghi, mi segue da più di qualche tempo conosce un po’ la “genesi” della mia “storia d’amore” con l’Intelligence delle Fonti Aperte.

Per tutti gli altri faccio questa breve premessa. Mi sono avvicinato all’Intelligence delle Fonti Aperte nel 1995, in ambito militare, quando ero un giovane Ufficiale di Complemento (poi raffermato) della Marina Militare. Affascinato dall’idea di “estrarre potere” dalla informazione “naturale” – cioè dall’informazione pura, originaria, non ancora affetta da artificiosi e posticci dispositivi di classifica di riservatezza – cominciai a studiarla andando alla ricerca di tutto ciò che di cartaceo (ricordo che siamo nel secolo e nel millennio scorsi…) era all’epoca possibile far arrivare dagli Stati Uniti o dai paesi anglofoni.

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[Giovanni Nacci, “Multimedialità. Introduzione a un nuovo approccio all’informazione automatizzata e sua applicabilità nel campo dei Servizi di Informazione Militari”, 1995. Letteratura “grigia”…]

Si può dire che questa attività di discovery fu la prima mia prima vera “operazione OSINT”. Una operazione OSINT… sull’OSINT, quando ancora si chiamava nemmeno così (all’epoca la locuzione che andava per la maggiore – e forse anche con maggiore cognizione di causa – era “fonti grigie”). 

Si può dire che questa attività di “discovery” fu la prima mia prima vera “operazione OSINT”.

Nel 1998 mi congedai e iniziai al livello informale la mia attività nel campo dell’Intelligence delle Fonti Aperte, attività che all’epoca consisteva ancora quasi completamente solo nell’approfondimento continuo della materia. Fu solo nel 2000 – dopo cinque anni di “ricerca”… – mi decisi a ufficializzare la mia posizione amministrativa come consulente libero professionista, posizione che ho mantenuto fino al gennaio 2020. 

A quei tempi (1998) ero già funzionario di un Ente Pubblico, motivo per il quale – coerentemente con l’obbligo normativo – per poter avviare la professione richiesi la trasformazione del mio rapporto di lavoro in part-time al 50%. La cosa già all’epoca aveva dei costi “importanti” ma evidentemente ero sufficiente motivato e convinto di potercela fare.

Due anni dopo, nel 2002, arrivò in Italia il famoso libro di R.D. Steele “Intelligence. Spie e segreti in un mondo aperto”, edizione italiana corredata da una importante prefazione di quello che poi sarebbe diventato un caro amico, il Prof. Mario Caligiuri. Da quel momento in poi si può parlare di una lenta ma costante crescita di attenzione verso OSINT nonché, in misura ovviamente maggiore, verso i vantaggi che OSINT sembrava in grado di promettere in una vasta gamma di applicazioni (e mercati…) più o meno “strategiche”. 

Da quel momento in poi si può parlare di una lenta ma costante crescita di attenzione verso OSINT…

All’inizio questo interesse era per lo più alimentato dai soli addetti ai lavori. Successivamente l’evolversi delle vicende legate ai servizi di internet per come li conosciamo oggi (social network sopra ogni cosa) l’interesse verso OSINT cominciò a manifestarsi anche da parte del pubblico più generalista e da parte di coloro che si occupavano degli ambiti più specificatamente tecnologici e tecnici della rete.

Tornando a me e alla mia esperienza in questo settore, credo di poter dire di aver sempre avvertito una certa debolezza e vaghezza all’interno del costrutto disciplinare di OSINT (ma anche dell’intelligence in senso ampio…). Infatti per quanto fossero stati approfonditi – a più riprese e da molti autorevoli commentatori – gli ambiti della applicazione politica e strategica di questo “strumento”, mi sembrava che nessuno si occupasse concretamente del core, della parte “dura” della disciplina. Ossia quella parte che è in grado di descriverla in quanto tale e che ne definisce in modo formale e robusto l’architettura teoretica (e pertanto ogni cosa che da quella ne deriva o può derivarne). 

Ho sempre avvertito una certa debolezza e vaghezza all’interno del costrutto disciplinare di OSINT …

La risposta a questa esigenza non poteva essere cercata soltanto all’interno della disciplina o degli Studi di Intelligence in senso ampio. Occorreva secondo me interfacciare l’OSINT (ma anche l’intelligence…) con tutte le altre discipline “classiche” che potessero contribuire alla sua crescita.

Per terminare questa lunga introduzione: sono 27 anni che mi occupo di OSINT, 20 dei quali da “professionista” (non è giudizio di merito ma mera constatazione amministrativa) e gli ultimi due, diciamo così, da “cultore”. 

Come detto, in tutto questo tempo la mia idea centrale è sempre stata quella di auspicare, in qualche modo, l’avvio di un processo di innovazione e crescita disciplinare per OSINT (chi negli anni ha letto qualcosa di mio sa cosa intendo e perciò in questa sede non mi soffermo troppo su questo concetto). Lo scopo di questo processo non era tanto portare OSINT a un livello tale da potersi confrontarsi “alla pari” con altre discipline ben più antiche e “nobili” (una simile maturazione avrebbe richiesto davvero troppo tempo, e gli esiti di tale operazione sarebbero comunque stati incerti). 

la mia idea centrale è sempre stata quella di auspicare, in qualche modo, l’avvio di un processo di innovazione e crescita disciplinare per OSINT

Piuttosto la vera finalità è sempre stata quella di fornire alla nostra “aspirante disciplina” gli strumenti concettuali necessari a metterla nella condizione – in piena ottica interdisciplinare – di ricevere prestiti e contributi concettuali dalle discipline “vere”.

Trattandosi di intelligence – e pertanto di ricerca del vantaggio strategico sui competitori attraverso le informazioni, quali che siano – tali strumenti concettuali non potevano che derivare dalle discipline “nobili” che già disponevano di concettualizzazioni affidabili relativamente ai concetti di informazione, dato, fonte, decisione, visione, previsione, eccetera.

Tutto il ragionamento su quelle che potevano definirsi “politiche di impiego strategico” di OSINT sarebbero dovute venire dopo, o al massimo in contestualmente allo sviluppo di quello che sarebbe dovuto essere il “motore”, il “cervello” (o il “cuore”, fate voi) della disciplina. Quel che a mio parere è accaduto in questi oltre cinque lustri è che ci si è fatti abbindolare dalla lusinga di una presunta vantaggiosità e sostenibilità di OSINT (in termini sia di tempi che di costi) rispetto all’intelligence convenzionale. 

Un secondo, ulteriore e devastante, errore è stato quello di pensare di rapportarsi a OSINT gli stessi strumenti concettuali, gli stessi metodi, le stesse prassi e le stesse tecniche usate per l’intelligence convenzionale. Tutto ciò ha procurato una compressione delle possibilità di evoluzione di OSINT verso una forma di vera disciplina orientata non più al mero “vantaggio strategico”, bensì alla creazione di “valore aggiunto” (ovvero semantica) per le informazioni stesse.

In tutti questi anni, parallelamente alle attività di consulenza e formazione, ho sempre voluto affiancare una attività di “ricerca personale” (senza con questo scomodare il concetto di ricerca accademica, che è un’altra cosa) sulle teorie, sui metodi e sui sistemi per OSINT. Attività che poi ha portato alla realizzazione di una certa quantità – non certo smisurata ma in qualche modo significativa – di contenuti a tema OSINT (libri, paper, articoli, video, podcast, interviste, iniziative culturali, ecc.), contenuti che – come ovvio – sono quasi tutti naturalmente centrati sulla necessità della crescita e sulla innovazione disciplinare di OSINT.

Ora la questione è questa: a prescindere dalla validità, dalla diffusione o dal successo di questi miei contenuti, a prescindere dalla solidità dei miei punti di vista su OSINT, delle mie “teorie” sull’Intelligence delle Fonti Aperte, osservata la ormai definitiva – e forse irreversibile – polarizzazione di OSINT quale (detta in parole povere…) “intelligence di internet”, che senso ha continuare su questa strada?

Ha senso, oggi, continuare a produrre contenuti su OSINT in quanto disciplina, ovvero come una “scienza in quanto oggetto di apprendimento o di insegnamento” [Abbagnano, Dizionario di Filosofia]?

…che senso ha continuare su questa strada?

Per 27 anni sono stato un accanito oppositore – credo a ragion veduta – di chi vedeva OSINT soltanto come una mera “tecnica” (o alla meglio un insieme di tecniche) ma a oggi, in un contesto in cui il mondo “digitale” e quello analogico sono considerati alternativi e non invece “immersivi” [Floridi, Il Verde e il Blu, Raffaello Cortina Editore, 2020] ma dove al contempo anche in occasioni “nobili” ci si continua a crogiolare con l’antica affermazione “...l’80% delle informazioni oggi disponibile sono aperte”* senza che a ciò segua un qualche tipo un ragionamento serio **… che senso ha dunque ostinarsi a voler pensare a OSINT come a una disciplina? 

James Grady , “I sei giorni del Condor”, 1974

[James Grady , “I sei giorni del Condor”, 1974]

Che senso ha credere e auspicare ancora nella necessità di un serio ragionamento teoretico sui fondamenti teorici di OSINT che presuppongano l’esistenza di assetti teoretici ben formati, robusti, chiari e soprattutto ben esplicitati [Antiseri, I fondamenti epistemologici del lavoro interdisciplinare, Armando Armando Editore, 1973]?

E che senso ha – per quanto mi riguarda stavolta in modo più diretto – continuare a sottrarre tempo alla vita e agli affetti per produrre contenuti (quale che sia il loro reale valore e rilevanza) che trattino di OSINT in questa ottica? 

E’ una domanda. Seria, sincera e accorata… La domanda di qualcuno che – nonostante da quasi trent’anni si occupi di questi temi – non trova ancora una risposta soddisfacente. Per quanto mi riguarda tra altri 27 anni avrò 76 anni: che faccio, lascio o raddoppio? 

Nel frattempo continuo a ragionarci su nel podcast #OSINT2049.

 A presto.